Nell’attraversarti
ti tocco
e non sento più le dita.
Arnia purpurea
che tracima
l’anima a seccare.
Alle volte implodo in turbinii
che d’acido colano sul solco
perimetro dei miei pensieri malsani
solco che sfila e schiuma parole
che spellano maree di cenere
come i ricordi dei miei giorni scorticati
cenere e pezze di sere di pensieri
l’emersione di mancanze nude
scelte per la mia fragile irregolarità
nude e distorte mani intrecciate
slegate i miei pensieri
che possano in un tempo migliore
crearmi decenze d’inquietudini leggere
da portarmi in salvo
sulla riva d’un tempo desiderato.
Ho aperto il mio sacchetto di pietre preziose e ne ho appena aggiunta un’altra. Le ferite a son di colare liquido malsano fanno come i minerali, si sedimentano in sentimenti e si trasformano in qualcosa di materialmente prezioso. Nel mio sacchetto ce n’è di ogni specie e fattura. Ma quest’ultima è solo una piccola scaglia del meteorite che cadde. La raccolsi convinto che il tempo non mi avrebbe restituito il dubbio. E invece .. Mi ritrovo coi pensieri nella carta stagnola pronti ad un destino ignoto, fra il microonde e la polvere di un cassetto che si apre male. Io che ho sempre il controllo di ogni parte di me, mi riconosco piccolo granello spostato dal vento, in un oceano di momenti indefiniti ed incompleti. Scegliere per decidere e decidere ancora per scegliere senza escludere, eliminare quel che risulta una muffa velenosa, non sarà mai per me deglutire il facile perchè son stato io a compiere la destinazione di una altra persona nella mia vita. A volte ci penso. Credo fermamente che il destino delle persone sia legato più o meno al volerle nella nostra vita o no. Ognuno di noi è un incastro. A trovare le combinazioni, le soluzioni in molti ci riescono, ma far ricombaciare quel punto di saldatura spezzato e mai incontrato è la svolta che do ad una parola soltanto, l’amore.
Chiedo a me stesso quale sia la mia capacità nell’amore. L’attesa .. il darmi totalmente, la mia sensibilità .. l’essere che sono? Quali di queste e altre parti a me sconosciute fanno di me un incastro perfetto, verso di te, sconosciuto amore che in un ovunque tu ti trovi adesso, sapere di averti e non viverti è la coscienza di un’essenza invisibile. Un “senza” in cui credere. Credere che il mio tempo sotto il mio olmo finirà prima o poi di aspettare. E a te, che sei essenza, senza l’invisibile ai miei occhi, ti chiedo di credermi. Credimi. Io sono.
L’ultimo “clank” della cerniera sulla valigia mi risuona in testa come un colpo da k.o.
Mia madre all’angolo della porta mi guarda scuotendo leggermente la testa.
Domani e per l’ennesima volta mi rivede partire e stavolta non smette di guardarmi finchè non incrocia il mio sguardo, allora la vedo smarcare le sue pupille altrove, verso il basso.
Mio padre ondeggia per casa e il suo silenzio è il suo modo per abbracciarmi sulla soglia della porta e salutarmi.
Ho deciso così, e come sempre scelgo bene le mie decisioni. Partire senza scappare è la scelta migliore che potessi fare adesso. E poi, scappare da cosa? Da te? Non lo avrei mai fatto solo per quel motivo. E soprattutto non lo sto facendo per qualcosa di simile. E soprattutto non sto scappando. Parto cercando di lasciare qualcosa di me, che prima o poi possa raggiungermi e finalmente completare questo male di vivere.
E a te dove ti metto? Ti porto comunque con me, in un insulso e malsano ricordo. Ti ho visto ultimamente, ed ho fatto in modo di farmi vedere ed in tutto questo se penso e rifletto un attimo, mi rimane qualche ricordo. Ma alla fine coi ricordi amari ci si fanno mangiare le pecore prima di addormentarsi. Belle sensazioni i ricordi, ma lo sono quando hai già girato e cambiato direzione. Per quelli come me, che aspettano la mattina di Natale e si risvegliano che è già Santo Stefano, i ricordi son briciole spostate dal vento.
Partire, partire e partire. Il nuovo che avevo incontrato è stato ed è già via altrove. Una delusione perfetta per meglio definirla. Parole buttate, promesse non mantenute, contraddizioni. Ecco direi che quest’ultime son state quelle che più mi hanno colpito. A ferirmi son bravissimo da solo, ovvero non sono per niente venale. Rimango un romantico d’altri tempi e non m’importa nulla della stima, delle belle parole, di quanto possa esser prezioso, se alla fine di tutto questo, il niente rimane tale e non ho quel che desideravo o per cui ho dedicato il meglio di me. Però ho il mio amor proprio, quindi seppellisco tutti i pensieri di carta velina in una bella pozza d’acqua perchè la velina per quanto sia leggera e finissima affonda anche lei.
Domani sarà domani come non lo sarà mai stato. Domani è il mio giorno. Il giorno della partenza. Partire, perchè ognuno sta dove vuole stare. E sorrido ancora una volta e penso alla tua voce che me lo diceva e al tuo sguardo che mi raccontava il contrario. Sorrido se penso che la tua felicità è commisurata alla tua paura di cambiare. Più hai paura di cambiare e più rimani in quel pantano consolatorio. Ammirevole per certi versi, perchè alla fine le convinzioni che ci costringiamo a dare a noi stessi sono le stesse contraddizioni per cui non viviamo il meglio di noi. Ed in tutto questo ci sono io, che non sono come te, e soprattutto non sono come voi. Vi costringete col possesso a trovare la perfezione delle vostre sicurezze. E se penso che io non ho niente, ma contengo molte più cose di voi, è davvero un peccato che voi rimaniate dove non vorreste stare mentre il sottoscritto se ne va in un altrove voluto. Sorrido a me stesso, perchè è ancora in grado di scegliere il meglio e se anche sbaglia, sbaglia per il bene di se stesso, sbaglia perchè niente può essere solo perchè ci si sente al sicuro, sbaglia perchè la vita ti da questa possibilità, sbaglia perchè i progetti vanno costruiti e non si possono costruire col possesso. Sbaglierò ancora e ancora e lo farò sempre meglio. Io non ho niente. Per cui non lascio niente. Sorrido alla mia partenza e sorriderò al mio arrivo.
Scorre sui polsi
pulsando silenzio
gonfiando d’arteria
si muove danzando
sul denso
e nel corpo
nel fondo
e sul bordo
scorre aspettando
il momento più lento
nel raggrumo
e in un salto
dal palmo
al tappeto
si schianta in un colpo
sordo
madido
di riflesso
dal taglio
fino all’oceano
in una pozza
di viltà
scivola via
danzante perdono
e chi non l’ha avuto
non basta
un minuto
in un’ora
un minuto
di vino
per ricordare
il colore
per sentirne
l’odore
per scordarsi
il dolore
Ti porto come un foulard, nei momenti in cui il dubbio del mio farmi male m’assale, t’indosso.
Mi sento muovermi libero quando lo faccio, che tu eri il mio senso di libertà mai goduta.
Ora che il vento misura da me fino al tuo percepirti, t’indosso, per incontrarti sugli odori del mondo, nel giorno che finisce.
Basta coi giorni secolari, quelli che non passano mai, basta coi giorni congelati, rattristati, venuti male per la congenita delusa aspettativa. Basta coi pensieri leggeri, quelli fatti d’elio e profumi di terra bagnata, basta coi giorni da asciugare, quelli plumblei partiti per la guerra del dimenticatoio. Basta con le attese, quelle fatte di profumi vaganti, basta con le disattese, che sono come le attese ma senza tempo ed origine e il posto vuoto accanto al tuo. Basta con gli occhi stanchi, bassi, lucidi, appannatamente colorati, basta con gli occhi come caramelle dolci ma solo se assaggiati. Basta con le molliche di pensieri, quelli da scuoiare, da raggrumare, da dissanguare. Basta con le risate siliconate al silenzio, quelle raccolte ad un angolo soltanto della bocca, basta ai sorrisi muti come il niente da dire. Basta con i passi lenti, pesanti, scalcianti, basta con i cammini fatti in apnea, con le corse per rincorrere chi cammina accanto a te. Basta con il tutto in mezzo al niente, come se il niente fosse da riempire, come se fosse uno spazio vuoto di tutto. Basta con le notti che di notte sanno d’alba, con le stelle come i bottoni di camicia fradicia d’illusioni a testa in sù. Basta con le mattine luminescenti, lucide di lustrini di vento salmastro, che ti fanno credere che ci sia bel tempo, quando invece dentro porti la bufera. Basta con i regali già scartati, quelli non voluti, quelli con la carta sbagliata ed il pensiero giusto. Basta con i consigli dati da chi non riesce a fare quello che fai tu come lo fai tu, basta con gli amici di passaggio, polverosi come le strade di campagna in cui non passa mai nessuno. Basta con le mode d’altri tempi, di quelli che sanno tutto ma non hanno niente, basta con quelli che vogliono e credono di sapere tutto, nel mentre non hanno la minima idea di concretezza per l’amore, per un amore soltanto, per la costruzione e non per la distruzione dello stesso. Basta con i grazie sussurrati a crepapelle, con i prego sgozzati dai silenzi assenzi. Basta con i colpevoli, quelli superficiali, di chi non ha abbastanza per essere uomo. Basta con gli innocenti, che non fanno mai niente per discolparsi. Basta con gli assassini dei giorni, che t’ammazzano prima di sera scegliendo il giorno che credevi tuo. Basta con il cuore. Che non serve a niente in certi casi. Basta con i casi e le coincidenze. Basta con tutto questo chiedere a se stessi cosa e quando. Basta coi dubbi, con le certezze. Basta con tutto me stesso. Basta con le idee empatiche, con le idee empiriche. Basta con gli arnesi mentali e basta soprattutto a questo “mal’essere”, che non è per niente esistere. Basta per una volta soltanto e mai una per tutte. E per una volta sono io che “batto cassa” non sorrido per niente ed uscendo dal negozio mi prendo quel che è mio, senza etichetta e senza prezzo. Basta, è mio!
Sfoglio il mio album di primavera, m’inumidisco il pensiero affascinante per sfogliarlo meglio. Ogni tanto ci soffio per separarlo, pensiero affascinante di carta velina. Tratto con cura le parole, le leggo senza mangiarle, sfioro con la cornea il sublime pensiero. Mi solletica la mielina dei ricordi, l’involucro morto del ricordarmi in occasioni inutili.
Io sono questo e se non altro, non sono “altrettanto”. Vorrei avere i tuoi pensieri orizzontali caro amico, perchè il più delle volte, son pensieri stesi in un mare verde, dove ti vedo sempre a fischiare i fili d’erba, non curante del troppo, del poco, del niente e del tutto. Amico steso in orizzontale, che m’accompagni per il mio labirinto. Orizzontale come te vorrei esserlo anch’io lo ammetto, ma ritrovo la diagonale del mio “sono così” perfettamente tangente al mio “Io sono” ed inderogabilmente m’interseco in un complicato e raffinato “Io sono così”.
Complicato per questo tempo che è come un’epoca piatta come la patana. Raffinato per il mio sorriso da stronzetto che smuovo ogni tanto, per non parlar troppo e dire molto, risparmiando la dilettevole consapevolezza del mio mentalismo.
Amico orizzontale, a te basta guardarmi e chiedermi il colore del mio giorno. Ti rispondo in sfumature e tu, con l’arcobaleno del tuo sorriso alleggerisci la saliva di cemento del mio silenzio e perfezioni i miei giorni ricamati di sguardi, con la tua semplice “postura” orizzontale.
Tu sei partito con me quel giorno d’Ottobre, quando dopo aver scelto di lasciare decisi anche di dimenticare, senza abbandonare mai, perchè l’indifferenza è una moneta che si da alla “morte” in cambio dei ricordi da cancellare. Si dimenticano le chiavi, gli ombrelli, il settore del parcheggio auto, si dimenticano cose, persone ed identità. Si dimenticano i volti, le ore, i mesi. Tutto alla fine può essere dimenticato. Ma ciò che si dimentica, si riesce anche a ricordarlo “alla fine” ed in certe occasioni. Io spesso per difendermi non arrivo neanche alla “fine” il più delle volte. Abbandono. Lascio l’arma del delitto sul tavolo, accanto all’ultima foto.
Quello che feci in quel sabato d’Ottobre.
Mi ricordo di te amico orizzontale, mi chiamasti e m’offristi una notte di bollicine e sorrisi, ed io mi “abbandonai” al tuo mondo orizzontale di sorrisi bambini e pelle profumosa. Ed anche in quella occasione, “m’abbandonai” appunto. Il caso vuole che da quei giorni ho un profumo tutto mio, dove in molti mi percepiscono senza neanche vedermi.
Tante e poche cose.
La “confezione” è questa. L’involucro non lo nomino nemmeno. Non mi piaccio talmente poco che dire che non piaccio per niente sarebbe già piacermi abbastanza. Non è pessimismo. Il gusto e la percezione di se stessi passano attraverso una galleria troppo buia per uscire poi accecati da troppa luce.
Io sono questo, divoro ma non consumo, mangio ma non digerisco, dissimulo ma non fingo, trasparente e leggermente opaco .. opaco si, come oggi e come ieri sera. Ma capitano sere dove sei fortunato. Capitano sere che c’è chi ti accoglie per quello che sei sempre e comunque, e non solo in certi momenti speciali, e chi ti vuole conoscere lo vuole fare per l’atto d’imperfezione comune che si condivide. Chi ti vuole conoscere “vuole” una parte da “conservare” con cura, una parte da “scartare”, una parte per “migliorare”. Chi ti vuole conoscere ti scuoia le parti, ti assaggia, ti detesta, ti mette da parte in un posto segreto, ti trova senza cercarti e ti cerca per “incontrarti”.
Questo mi piace di questo bel vento di primavera. La porta era socchiusa. Resta solo il tempo per trovare altro tempo e stagione per questo vento delizioso.
” Tu sei una casa viaggiante Leo .. con te ci si sente sempre in viaggio, cambia il panorama ogni volta, ma basta aprire la porta e siamo di nuovo nel giardino di casa, al sicuro ..” Questo è il pensiero orizzontale di D. ed a chi ti “scopre” così, devi volergli bene, perchè in cambio non ti chiede altro.